Ho
seguito - come tutti voi - questo dibattito,
L'ho
seguito con sconcerto e preoccupazione.
Basta
ricordare che le riforme costituzionali sono state approvate con elementi che
scardinano le architravi stesse della Costituzione.
La
cosiddetta devoluzione, cioè la distribuzione di poteri dal centro alle
regioni, con potestà legislativa esclusiva, su due temi chiave come la scuola e
la sanità, presuppone la fine di uno dei principi, e cioè l’universalità
dei diritti su cui, per circa sessant’anni, si è fondato il nostro
ordinamento repubblicano.
La
riforma della Costituzione non riguarda gli insegnanti di diritto pubblico,
riguarda i lavoratori, la gente di questo Paese. Per questo occorre spiegare ai
lavoratori e alla gente del nostro Paese l’intreccio perverso che c’è fra
questione costituzionale e questione sociale.
Da
un lato c’è l’assalto, con legge ordinaria, a tutte le conquiste dei
lavoratori: la riforma del mercato del lavoro, la riforma della scuola, lo
smantellamento del sistema sanitario nazionale; dall’altro un attacco più
perverso che viene avanti senza l’approvazioni di leggi, ma con l’azione
concreta del governo, al potere di acquisto dei salari e delle pensioni.
Ancora:
sempre con legge ordinaria, portando a tre le aliquote, si vuole cancellare un
altro principio costituzionale,e cioè la progressività del reddito.
Si
è di fatto innescato un germe di autoritarismo autentico
che, non esiste in nessun ordinamento democratico del mondo.
E’
la fine della divisione dei poteri, da Montesquieu in avanti.
Il
presidente del Consiglio viene eletto direttamente dal popolo, non ha bisogno
della fiducia delle Camere, non viene votato dal Parlamento.
Ed
a quel presidente del Consiglio viene dato il potere di sciogliere le Camere, e
dunque di tenerle in ostaggio.
Il
Parlamento, potere legislativo, viene subordinato all’esecutivo.
Nella
riforma della giustizia, che addirittura introduce il test psico attitudinale
per i magistrati, viene meno l’indipendenza della magistratura, e la
magistratura rappresenta il terzo potere dello stato, quello giudiziario.
In
più, in un epoca in cui la comunicazione svolge un ruolo essenziale, il governo
ha cambiato il sistema informativo con la legge Gasparri.
Capite
bene che il rischio di trovarci in un autentico, inedito, modernissimo regime è
concreto.
Si
sono cambiati oltre quaranta articoli della Costituzione. Si è stravolto
l'intero impianto istituzionale della Repubblica. E tutto questo è avvenuto con
votazioni a raffica, senza possibilità di un serio approfondimento, senza un
reale confronto.
Ecco, quello che più colpisce è la mancanza del confronto: una situazione che
non ha precedenti nella nostra storia.
Nei
momenti cruciali della nostra vita politica, di fronte a decisioni davvero
rilevanti (penso al Patto Atlantico, alla legge-truffa, ai "decretoni"
economico-sociali), il dibattito nelle aule parlamentari era reale, il confronto
anche.
A
volte era un dibattito infuocato. Allora l'ostruzionismo raggiungeva pagine
epiche: c'erano deputati che parlavano per ore ed ore, lucidamente, senza uscire
dal tema (il record assoluto fu raggiunto dall'on. Almirante). Ma nel Parlamento
e nel Paese riuscivano ad emergere chiaramente i motivi del contrasto, ed il
confronto si trasferiva nella società, nelle fabbriche, nelle scuole.
Adesso
non c'è nulla di tutto questo. Manca quel comune tessuto di valori che, pur nel
contrasto, può consentire il confronto leale e poi la sintesi. Non c'è. Manca
il pathos democratico, capace di suscitare una comune ed intensa emozione.
Le
preoccupazioni, le perplessità, pur prudentemente esposte da personalità
eminenti della stessa maggioranza: liberali, repubblicani, cattolici
democratici, socialisti, non hanno trovato eco.
Eppure
si sono volute decidere cose enormi.
Primo,
si è infranto il principio di eguaglianza, base di ogni convivenza democratica,
si è cancellata l'universalità dei diritti (all'istruzione, alla salute, alla
sicurezza) determinando uno sbrego immondo all'opera illuminata dei padri della
Repubblica.
Secondo, si è spezzata l'unità nazionale, ignorando che le radici storiche
della democrazia italiana risiedono nell'unità, appunto, raggiunta con il
Risorgimento, contro borbonici, austriacanti, papalini; consolidata dalla
sinistra con l'alleanza tra lavoratori del Nord e contadini meridionali; difesa
durante la Resistenza da quanti non a caso si chiamavano
"Garibaldini"; definita infine dalla Costituzione del 1948, una delle
migliori del mondo.
Terzo,
si è imposta una deriva autoritaria, oligarchica, anzi monarchica, se per
monarchia si intende quello che essa significa: potere di uno solo, potere del
"premier".
Ed il tutto con contraddizioni, squilibri, confusione che renderanno impossibili
il governo democratico e ordinato del Paese. Una confusione voluta lucidamente -
e cinicamente - perché nel caos possa farsi avanti prepotentemente la richiesta
non di autonomia, non di devoluzione, ma della secessione.
Si
sta scrivendo, come l’ha definita il presidente del mio partito Armando
Cossutta, la pagina più nera della
storia parlamentare italiana.
È
un testo inemendabile, è un testo eversivo. Non rimane altro che respingerlo.
Nel Parlamento, le forze democratiche non ci riusciranno perché gli eversori
hanno una maggioranza blindata di voti. Hanno stravolto, con un uso improprio,
con una arbitrarietà che grida vendetta, l'articolo 138, non per correggere o
rinnovare qualche articolo della Costituzione, ma per sovvertirne (non vi sono
parole diverse da usare) sovvertirne il testo. Nel Parlamento non vi sono
possibilità di mediazione. La parola ormai spetta a tutti noi.
Il
referendum si farà e dovrà annullare questo disastro. E per questo, amici e
compagni che dobbiamo rivolgerci esplicitamente, chiaramente, energicamente a
tutte le persone che ognuno di noi conosce, superando, fra tutte le forze
democratiche, non soltanto le esitazioni ma gli errori stessi del passato.
Si
è creduto, 4-5 anni fa, che esistesse nel Paese una propensione al federalismo,
ma, ammesso che allora essa vi fosse, oggi non è più così. Tale propensione
ormai crolla sommersa dal dissenso sociale, dalle obiezioni culturali, dalle
perplessità finanziarie, in sostanza dalla opposizione di quanti - sindacati,
tutto il Mezzogiorno, insegnanti, le famiglie popolari - paventano giustamente
la differenziazione dei diritti sociali.
Per
troppo tempo, anche a sinistra, ha fatto premio un costituzionalismo di recente
conio, incantato da velleità moderniste di efficienza. Si voleva rendere più
vicino il popolo alle istituzioni, ma si è trascurato che già esisteva il
regionalismo e che andava semmai potenziata l'autonomia dei Comuni.
Non
vi sono scorciatoie. Andando per sentieri si rischia di smarrire la via maestra.
Con le concessioni al federalismo si è cercato di intercettare, di introitare
quello che invece doveva essere respinto. La difesa e lo sviluppo della
democrazia non ammette palliativi. Crollando la seconda parte della Costituzione
nei suoi capisaldi, vengono meno i principi stessi della prima parte che li
avevano generati per essere garantiti ed attuati.
Si
apre oggi una fase grave per la Repubblica, ancora più grave. Ma si è aperta
anche la fase della riscossa democratica. Con il referendum possiamo abrogare
questo misfatto. Con la vittoria elettorale del 2006 potremo abrogare le leggi
ingiuste di Berlusconi, quella sul conflitto di interessi, la legge 30 per i
lavoratori, la controriforma Moratti per la scuola, la legge Bossi-Fini sugli
immigrati.
Forse oggi abbiamo toccato il fondo ma da oggi possiamo, dobbiamo risalire alla
luce.