Nell’affrontare la questione casa, occorre preliminarmente osservare che si tratta di una questione talmente complessa che interagisce sulla politica sociale, sulla politica dei redditi, sulla politica di mercato, sulla politica di investimenti socialmente compatibili, e sulla riforma istituzionale.

Incide sulla politica sociale perché il disagio abitativo colpisce gli anziani, le famiglie monoreddito, i singoli, i giovani e i lavoratori che si trasferiscono per motivi di studio o di lavoro, gli immigrati costretti a vivere in condizioni di precarietà e che pongono il problema del ricongiungimento familiare.

Si tratta di un’ampia platea sociale che è portatrice di un’esigenza abitativa nuova e di una concezione della casa non come “bene di investimento, ma come “bene d’uso”, come servizio flessibile ed adattabile ai diversi cicli della vita familiare e personale.

Riguarda la politica dei redditi perché la sua incidenza sui redditi familiari ha assunto percentuali insostenibili che vanno dal 20% al 33% fino ad arrivare al 43%, “colpendo”in modo particolare le aree sociali più diverse, dai cosiddetti ceti bassi ai ceti medi che ormai sono una sola e inscindibile classe  sociale.

Quindi se si parla di controllo dei prezzi e delle tariffe per contenere l’inflazione e per salvaguardare il potere di acquisto dai salari e delle pensioni è evidente che diventa fondamentale intervenire anche  su questi aspetti.

Interviene sulla politica di mercato perché bisogna equilibrare il rapporto tra domanda ed offerta, di questo bene, se si vuole evitare una continua rincorsa dei prezzi e lo svilupparsi di interventi di speculazione finanziaria.

Si inserisce sulla politica di investimenti socialmente sostenibili per avere una gestione urbanistica delle città e del territorio coerente con gli obiettivi di sviluppo sostenibile, di inclusione sociale, di recupero delle periferie urbane e dei centri storici degradati.

Incide sulla riforma istituzionale perché si assiste al decentramento di competenze senza che questo sia accompagnato da trasferimento di risorse o da forme di federalismo fiscale.

Gli aspetti citati dimostrano che il problema, non è riducibile al fondamentale e prioritario diritto alla casa, ma esso si estende più propriamente al diritto all’abitare, al dovere dell’integrazione sociale, alla fruibilità dei servizi, all’ambiente.

In questo senso il processo delle dismissioni degli enti pubblici ha ulteriormente aggravato il fenomeno di riuscire anche parzialmente a far fronte agli sfratti e comunque un effetto di calmiere sul mercato dell’affitto, e in netta contrapposizione al mercato parallelo relativo agli affitti ‘’in nero’’.

Per comprendere pienamente, nelle sue molteplici implicazioni il fenomeno delle dismissioni immobiliari, ovvero la “cartolarizzazione”, fenomeno di questi ultimi anni, che consistono nella svendita in blocco di tutto il patrimonio immobiliare pubblico di questo Paese ad un consorzio di banche internazionali, che poi le rivenderà soprattutto ai grossi speculatori,  occorre  evidenziare il profondo intreccio fra interessi bancari e immobiliari, con il beneplacito governativo, per rendersi conto davvero che siamo di fronte allo sfratto in massa di un popolo di pensionati, dipendenti pubblici, precari e casalinghe, difficilmente paragonabile ad altri del passato, è opportuno partire da lontano. Occorre in altre parole considerare le trasformazioni che si sono prodotte in questi ultimi vent’anni affinché sia chiara a tutti non soltanto la condizione sociale di molti di questi inquilini, ma anche la minaccia concreta che operazioni di questo tipo possano essere una strada percorribile con naturalezza dai governi d’altri Stati ed in particolare dell’Ue, che già con la riforma delle pensioni ci ha dato un saggio di ciò che essa purtroppo intende per politica sociale: un netto regresso.

 

La  cartolarizzazione

Con questo termine s’intende quel procedimento, chiamato all’estero  “securisation”, con cui il Capitale finanziario recupera i crediti che danno poco reddito in crediti maggiormente redditizi, per questo più sicuri (da cui il nome “securisation”), mettendoli sul mercato, in altre parole  vendendoli.

Questo sistema era stato già sperimentato in Europa dal Governo D’Alema per recuperare crediti poco redditizi, ma solo con l’attuale Governo Berlusconi è stato applicato, per la prima volta in assoluto, per sanare i debiti del patrimonio immobiliare degli Enti Previdenziali, che in realtà sono molto maggiori annualmente di quanto si possa guadagnare con la vendita dl patrimonio complessivo dell’INPDAP (l’ente con il maggior numero di case).

E’  nell’Autunno del  2001, con il decreto legge Tremonti (DL 351/01), poi convertito in legge (L.  401/01), che questo procedimento diventa operativo.

Va specificato che la volontà di dismettere, il patrimonio immobiliare degli Enti Previdenziali è stata già manifestata dal governo italiano una decina d’anni prima con il Governo Amato che aveva creato l’Immobiliare Italia. Questa era una società veicolo formata da banche e grossi gruppi economici  finanziari, incaricata di acquistare gli immobili per poi rivenderli e ricavarne un utile: ma il meccanismo ancora non era perfezionato e l’operazione fallì.

Ci riprovò il Governo D’Alema, con la Circolare Salvi del 1999, che incominciò a mettere in vendita il 25 % di questo patrimonio immobiliare, stabilendo i modi d’acquisto, in cooperativa, e decidendo i primi prezzi. Sarà la successiva Finanziaria D’Alema ad incominciare a dividere i palazzi in “di pregio” e non e privando i primi dello sconto del 30 %, normalmente dovuto a tutti gli immobili occupati, in altre parole con gli inquilini dentro.

Ritornando al problema attuale postoci dalla  410/01 e  cioè la cartolarizzazione, sarà bene entrare  nello specifico.

Questa prevede la vendita ad ondate successive di tutto il patrimonio immobiliare alla S.C.I.P. (Società Cartolarizzazione Immobili Previdenziali), un consorzio di banche internazionali fra cui figura Amro, Merryl Lync, Deutsche Bank e Mediobanca. Queste acquistano mediante le grosse immobiliari (Edil Nord, Caltagirone, Romeo gestioni) che si occupano di costringere gli inquilini ad acquistare o ad andarsene, per poi rivendere  agli speculatori  e/o alle grosse finanziarie internazionali (come la Carlyle group di George Bush senior che sta acquistando nel centro di Roma).

Sia ben chiaro, gli appartamenti sono prima offerti all’inquilino, ma non è così per il commerciale  (ovvero per le attività commerciali in affitto in questi palazzi) che è messo all’asta senza avvertire l’inquilino commerciante (in altre parole senza riconoscergli il “diritto di prelazione”).

L’offerta c’è ma questa è solo formale e non tiene per niente conto del reddito dell’inquilino, né della sua età, né della sua famiglia, spesso composta di precari. Gli è offerto di acquistare il suo appartamento a prezzi impossibili da sostenere (a Roma le periferie viaggiano sui 2000 euro e le zone centrali raggiungono anche i 5000), per ottenere in tempi brevi la possibilità di vendere in blocco i palazzi  e per ottenere un  prezzo  maggiore, e quindi un vero proprio esproprio privatistico nei confronti della povera gente.

La cartolarizzazione è perfettamente concordante con la politica antisociale di questo governo, lo dimostrano le recenti affermazioni di Tremonti in materia di pensioni: togliere le case ai cittadini o tagliare le pensioni non fa differenza  purché sì  “faccia  cassa”, in altre parole si tamponi il  famoso “buco” che, peraltro non ha nulla di misterioso o d’esoterico essendo dovuto all’eliminazione delle entrate fisse che davano fastidio agli “amici” (riduzione aliquote irpef per redditi alti, riduzione per le tasse grandi imprese, eliminazione tassa di successione e di donazione, ecc.), per sostituirle con quelle aleatorie  inerenti al ciclo economico e   dettate dagli slogan elettorali.

La trasformazione del mercato del lavoro

In questi ultimi anni l’attacco alle condizioni di vita dei lavoratori di questo Paese ha raggiunto un’asprezza senza pari producendo una crescente precarizzazione diffusa e la graduale perdita dei diritti acquisiti. Si pensi al fatto che dopo la riforma Dini, oggi si vuole assestare un nuovo colpo al sistema previdenziale, magari in conformità ad un accordo bipartisan tutt’altro che impossibile, dato che è proprio l’imprenditore più vicino all’Ulivo - Carlo De Benedetti – a sostenere con maggior vigore l’innalzamento dell’età pensionabile. Si pensi alla recente vicenda dell’articolo 18, vale a dire la principale garanzia dei lavoratori, ma non per tutti dato che le  nuove forme contrattuali “atipiche” ne restano in ogni caso fuori; ebbene, non ci dimentichiamo che prima della delusione referendaria i padroni ebbero l’arroganza di chiederne l’abolizione diretta! A questo si aggiunga la delicata questione dell’immigrazione, che già da anni vede nei nuovi soggetti provenienti dai Paesi al di fuori dell’Europa o recentemente annessi, una risorsa stabile e senza diritti, maggiormente sfruttabile dei lavoratori nazionali

Ma la questione è complessa (o globale) e riguarda la trasformazione del mercato del lavoro su scala mondiale. Il passaggio al postfordismo non è stato indolore perché ha necessariamente comportato l’inasprimento dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo al fine di produrre per il Capitale il massimo del profitto al minimo del rischio. Ed un grosso rischio è  la possibilità che il lavoratore si organizzi ed ostacoli la produzione. Per questo oggi la produzione è diventata diffusa e la fabbrica, simbolo insieme della catena di montaggio fordista  come delle grandi lotte sindacali, si è trasformata, diventando quasi invisibile. In altre parole si è suddivisa in stabilimenti più piccoli ma coordinati da uno centrale ed ha creato la produzione continua, ininterrotta. E alla modificazione della fabbrica, trasformatasi in fabbrica diffusa, si sono affiancati nuovi luoghi di lavoro pronti, per struttura, ad essere adeguati ad un ciclo di produzione continua e ad una maggiore precarizzazione del lavoro al loro interno. Pensiamo ad esempio alla situazione dei call center, chiaramente in crescita in una società che si sta sempre “terziarizzando” e quindi informatizzandosi, in cui il lavoro è organizzato per settori  isolati e coordinati da una direzione centrale, dove gli operatori non sono che tasselli, parti di una catena meccanica, in più soggetti all’incertezza della precarietà.

Questo per affermare che i processi di precarizzazione del lavoro e della vita sono la realtà con la quale dobbiamo fare i conti sapendo che ciò che ieri era il minimo garantito oggi è il traguardo irraggiungibile e che la precarietà d’oggi sarà un miraggio per i giovani e meno giovani di domani, perché la perdita di diritti è il terreno su cui si muove da sempre questo sistema di produzione.

La  specificità italiana.

In questo quadro oggettivo, già di per sé preoccupante, s’ inserisce il “caso Italia”, cioè un Paese che sconta ancor oggi il ritardo storico con cui ha affrontato il passaggio dall’economia rurale a quell’industriale – consumatosi definitivamente al principio degli anni ’50 del secolo scorso - e la politica fallimentare governativa di un cinquantennio che ha programmato l’industrializzazione del mezzogiorno tenendo conto dei soli interessi – spesso intesi in senso immediato - degli industriali del nord, non preoccupandosi delle richieste delle comunità locali. In questo quadro di totale asservimento della politica industriale agli interessi ed agli appetiti padronali, hanno trovato il loro sfondo ideale incredibili tragedie legate all’inquinamento. Ancor’ oggi ci troviamo a dover fare i conti con delle mostruosità come Porto Marghera od il Petrolchimico di Gela.

Italia è anche “il caso Fiat”, tanto particolare da essere stato definito uno “Stato nello Stato”, raramente al passo con le grandi case automobilistiche europee ma sempre legato a filo doppio al sostegno economico e politico governativo ed in preda ad una crisi che si vuol far pagare per intero ai lavoratori, mediante la cassintegrazione, la chiusura temporanea (?) d’alcuni stabilimenti in Italia e definitiva di altri al di fuori dei confini nazionali, sempre essendo però supportata dal contributo statale.

In questa situazione anche l’amministrazione della cosa pubblica ha subito e subisce tuttora le arretratezze e le disfunzioni dovute ad una gestione delle entrate fiscali  non sistematica e programmata su lunghi periodi. Una gestione perciò deficitaria intimamente connessa ad una mancanza di riforme strutturali che avrebbero dovuto creare le infrastrutture necessarie e la concreta attuazione dei piani occupazionali in grado di frenare la disoccupazione crescente. In una parola, in questo Paese è mancata una coerente  politica a sostegno dello Stato sociale, anche a causa del persistere dei mali endemici della nostra penisola che porta i nomi di clientelismo, corruzione e “cosa nostra”.

Ma lo Stato sociale è anche assistenza previdenziale, sanitaria e delle pensioni ai lavoratori ed ai cittadini tutti. Ed è qui che s’inserisce la prima parte del nostro discorso, in altre parole la questione degli Enti Previdenziali, il loro acquisto di beni immobili, la gestione di tale patrimonio e la loro recente privatizzazione.

Il patrimonio immobiliare degli ex Enti Previdenziali.

Nati con il compito di decentrare ed amministrare la previdenza e l’assistenza  infortunistica, sanitaria e delle pensioni  ai lavoratori del pubblico impiego, questi Enti (INPS, INPDAI, INPDAP, INAIL…) costituivano una parte del Parastato ed erano regolati il più delle volte da statuti e regolamenti propri, essendo numerosi e con funzioni diverse.

Alimentati con i soldi dei contribuenti secondo il sistema detto “a ripartizione” (in vigore fino al ’95), incameravano i contributi versati dai lavoratori pubblici per poi investirli e ricavarne un utile, molto spesso acquistando Titoli di Stato. In questo modo il capitale di questi Enti si accrebbe al punto da richiedere la creazione di una legge apposita che li obbligasse ad investire ogni anno il 20 % del loro attivo nell’acquisto d’immobili o di caserme.

E’ stato così che negli anni ’70 all’Edilnord (al Nord), a Caltagirone (al centro) ed al cav. Costanzo (al Sud), è stato possibile vendere loro a prezzi esorbitanti palazzi costati niente e frutto di speculazioni selvagge. Che poi sono gli stessi gruppi di speculatori che oggi gestiscono la supervendita di questo patrimonio immobiliare per conto di grossi gruppi finanziari  bancari. Grave errore sarebbe, d’altronde, voler rimuovere il ricordo di come questi Enti si fecero promotori della speculazione edilizia, rendendosene anzi protagonisti, oltreché veicolo passivo in mano ad interessi terzi: acquistando il suolo pubblico a prezzi agevolati e costruendo edifici di pubblica utilità in zone al di fuori del tessuto urbano periferico.

Ad ogni modo, il patrimonio immobiliare nazionale degli Enti, solo calcolando INPDAP, INPS, INAIL che sono quelli con il maggior numero di stabili ad uso residenziale, è stimato intorno ai 90'000 appartamenti, di cui la parte maggiore (50'000) a Roma, seguita ad una certa distanza da Milano e da altre città (Napoli, Bologna, Firenze…). Dunque, ipotizzando un nucleo familiare minimo composto di due persone, parliamo di circa 200'000 inquilini. Ma se è vero che la concentrazione maggiore la troviamo nelle città, è anche vero che ne troviamo sparsi po’ lungo tutta la Penisola, dal Nord al Sud, dalle altre città ai piccoli centri. Molto importante è in ogni caso sapere che questi palazzi sono localizzati  in periferia come nel centro e che in entrambe i casi in loro abita un popolo d’inquilini che non potrebbe permettersi di vivere altrove.

Ma questo patrimonio immobiliare, creato con i soldi dei contribuenti e abitato inizialmente in gran parte da loro stessi, dai lavoratori del pubblico impiego e dalle loro famiglie, dovrebbe avere finalità previdenziali e d’assistenza, in altre parole un canone sociale adeguato al reddito di chi  ci abita. Infatti tale patrimonio finanziato dalle paghe dei singoli lavoratori e destinato a tutta la collettività, è pubblico e deve restare pubblico per essere destinato a quelle fasce più deboli che non possono essere spazzate via  dall’esigenza di maggiori utili o profitti  e messe da parte quando non più  utili perché non attive e ridotte  a spremitura di limone. Si parla di persone, di cittadini, di lavoratori con la propria dignità e i loro sacrosanti diritti.

 E invece non è così:  questi palazzi non sono mai stati considerati parte del patrimonio immobiliare pubblico, in pratica quello collegato all’esigenza di tutelare i bisogni d’alcune fasce sociali più deboli. Sono stati, al contrario, considerati privati e quindi soggetti a tutto un altro tipo di trattamento e gli inquilini a ben altre tipologie d’affitto. Proprietà privata degli Enti Previdenziali insomma e questo spiega anche come sia stata possibile la situazione attuale.

La situazione complessiva dell’edilizia sociale in Italia è, a dir poco, deludente. Da una recente stima, risulta che in Italia esistono, ancora oggi, ben  2'300'000  famiglie sotto la soglia di povertà di fronte ad un patrimonio  nazionale di soli  900'000  alloggi a canone sociale. Specificando che  a rappresentare l’edilizia sociale, tolta evidentemente quella concernente gli Enti Previdenziali, è  soltanto quella costituita dalle case del Comune e da quelle dello  IACP, in altre parole circa il 5 % rispetto al 30 % di Francia, Germania e Gran Bretagna ed al 12 % della Spagna.

Dunque, di fronte ad una politica di Governo che ha sempre limitato il numero degli alloggi a canone sociale e ad una situazione che ci configura come il “fanalino di coda” dell’Europa ed in netta controtendenza rispetto alla posizione  francese, tedesca ed inglese, che è di mantenimento dell’esistente, e di fronte anche  alla posizione degli Stati membri giovani, come la Grecia .

L’Italia s’impone ancora una volta per la sua arretratezza nelle politiche sociali, con la volontà di eliminare il già esiguo esistente, svendendolo ai privati. Questa disparità di condizione, tra l’Italia e l’Europa, non deve però farci sperare  dalla politica sociale dell’Ue in un livellamento a  nostro vantaggio, in altre parole  in un innalzamento del tetto dell’edilizia pubblica alla soglia del 30 % di Francia, Germania e  Gran Bretagna. E’ molto probabile, invece, che avvenga il contrario.

Privatizzazione dell’ edilizia sociale

La grottesca arretratezza della politica sulla casa di questo Paese diventa addirittura insopportabile quando si guarda più da vicino.

Alla metà degli anni novanta si chiudeva definitivamente il capitolo GESCAL, in altre parole quei fondi statali  costruiti con i contributi dei lavoratori, pensati e serviti per la costruzione delle case dello IACP. Con la riforma delle pensioni del Governo Dini una gran parte di questi contributi era fatto confluire nelle casse degli Enti Previdenziali (ma soprattutto dell’INPS) e gestititi dalle regioni. Era l’atto di morte di una politica sociale già da qualche tempo in crisi. Una crisi fatta di un menefreghismo antico per il degrado in cui sono lasciate le case popolari costruite, della mancanza di un piano organico di  recupero e dell’esaurimento dei piani decennali d’edilizia residenziale pubblica. Condizioni igieniche scadenti, strutture pericolanti, mancanza d’impianto di riscaldamento contraddistinguono ormai la gran parte del  malconcio e, ormai, inadeguato patrimonio abitativo dello IACP. Come  se  non bastasse, le case popolari sono state prese di mira dalle giunte regionali che hanno pensato bene di fare cassa con la loro privatizzazione e dismissione. In Toscana la privatizzazione dei servizi essenziali come acqua, metano, rifiuti ha portato a trasformare queste case in Società per azioni, con evidenti ripercussioni sugli affitti e sulle vendite: è il caso dell’ATER (le Aziende Regionali Edilizia Residenziale avevano ereditato il patrimonio abitativo dello  IACP), che in quella regione conta 48 mila alloggi, e  dei  20 mila del Comune. Molto grave anche perché la contribuzione che finanziava i fondi della GESCAL (Gestione Case Lavoratori) è sempre stata automaticamente prelevata dallo Stato direttamente dalla busta paga di lavoratori dipendenti, dunque lo Stato avrebbe dovuto usarla per la costruzione delle case popolari, d’altre case popolari e non per facilitare le speculazioni dei privati! Sì perché la forma S.p.A. prevede, dopo alcuni anni, l’obbligo dell’ apertura ai privati e certo non consente di chiudere un bilancio in pareggio. Per questo    se molto drammatico è il futuro di quest’edilizia in Toscana (e particolarmente a Firenze) è anche vero che nel  resto della Penisola non sorgono nuove case popolari, anche se l’emergenza casa non si è mai fermata, anzi.

Insomma case degli Enti vendute alle banche internazionali, case popolari privatizzate e nessun finanziamento per l’edilizia sociale (nella finanziaria 2002 non sono previsti fondi a riguardo).

La questione della perdita dei diritti fondamentali di casa, lavoro, sanità e previdenza si  abbatte, come si è detto, su questi inquilini inizialmente impiegati in gran parte nella Pubblica Amministrazione o in ogni modo con un salario fisso (requisito necessario richiesto dagli Enti a garanzia del pagamento dl canone).

Ben prima della diminuzione del salario, dovuta all’età pensionabile, ormai raggiunta dalla gran parte di questi inquilini, la difficoltà di fronteggiare mensilmente il pagamento dell’affitto, si aggrava alla metà degli anni ’80  con il taglio dei punti della Scala Mobile e si finisce nel 1993 con la sua definitiva abolizione. E mentre i salari perdevano potere d’acquisto il costo del denaro, aumentava e con lui il costo della vita in genere.

In tutto questo la questione dell’affitto, aveva imboccato una drammatica svolta con l’impennata con la promulgazione nel 1992 dei  “Patti in deroga” con i quali si chiude l’epoca dell’“Equo Canone”, che dal 1978 aveva livellato gli affitti su costi sostenibili da questo tipo d’inquilini, per aprire quella della contrattazione non sostanziale (bastava che i Sindacati fossero fisicamente presenti al tavolo delle trattative) e dell’adeguamento progressivo del canone al prezzo di mercato. Nel corso di dieci anni questo si è ovunque impennato a livelli preoccupanti e, nelle zone centrali, raggiungesse il picco dell’aumento del 100 %: altro che canone sociale! Altro che V.I.P.! Si, perché in questi ultimi anni il giornale “Libero” si è inventato che questi palazzi fossero popolati da V.I.P. e soltanto da loro, montando delle campagne diffamatorie che hanno condizionato, di fatto, l’opinione pubblica e diviso il fronte degli inquilini  sono state condotte solo per giustificare lo sporco lavoro del Governo Berlusconi. In particolare il dito di Feltri si è puntato contro gli inquilini dei Centri Storici e soprattutto del Centro Storico di Roma, sostenendo che in quelle zone i palazzi degli Enti erano popolati soltanto da super manager e grossi imprenditori. La verità è un’altra: i palazzi dei Centri Storici sono i più ambiti da un mercato immobiliare senza scrupoli che vuole vendere senza troppe formalità alle banche, alle finanziarie internazionali, ai grossi manager ed agli imprenditori di successo palazzi costruiti o acquistati dagli Enti Previdenziali per essere abitati da lavoratori dalle entrate modeste e che già faticano molto a sopravvivere al “caro vita” ed al “caro affitti”.

L’ emergenza casa

Dunque la crescita verticale degli affitti e la mancanza di una politica sociale della casa ci fa avere il quadro complessivo di quest’emergenza.

Di fronte all’emergenza abitativa, l’esigenza prioritaria è quella di aumentare la dotazione del Fondo sociale per l’affitto (previsto dall’art. 11 della 431/98) destinato al sostegno economico delle famiglie che si trovano a dover corrispondere canoni di locazione eccessivamente onerosi rispetto al reddito annuo percepito. Lo stanziamento attuale previsto in Finanziaria pari a 246,010 milioni di euro annui è nettamente insufficiente  rispetto all’andamento della domanda che di contro è in notevole fisiologico aumento in tutte le Regioni:

Il drastico taglio del Fondo ha creato un vuoto di risorse finanziarie per le casse dei Comuni erogatori dei contributi. Tale fondo è infatti passato dai 309 milioni di euro del 99 agli attuali 246 milioni.

Occorre poi rilanciare l’Edilizia Residenziale Pubblica, essendo questa una condizione imprescindibile per l’intero sistema abitativo italiano, attraverso il consolidamento e l’allargamento del patrimonio, attuando processi di riforma e  riqualificazione in verità già avviati in alcune Regioni, che, a loro volta, insieme ai Comuni metropolitani, dovranno assicurare certezze alla programmazione della politica abitativa, attraverso l’attivazione di Osservatori permanenti sulla condizione abitativa.

Obiettivi prioritari

completare la riforma che regola l’intervento pubblico in materia di politiche sociali della casa, con forte rilancio dell’intervento pubblico medesimo.

Aumentare la dotazione del Fondo per l’affitto.

Prevedere la stipula di contratti di locazione concordati con agevolazioni fiscali sia per i locatori che per i conduttori.

Mettere a punto un piano mirato a far emergere il mercato nero immobiliare.

Riqualificare e recuperare il patrimonio edilizio esistente.

DATI Firenze

Anno 2003, totale sfratti 569 di cui 235 per morosità

Anno 2004 (Gennaio /Aprile) totale sfratti 168 di cui 69 per morosità.

 

 

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