Nell’affrontare
la questione casa, occorre preliminarmente osservare che si tratta di una
questione talmente complessa che interagisce sulla politica sociale, sulla
politica dei redditi, sulla politica di mercato, sulla politica di investimenti
socialmente compatibili, e sulla riforma istituzionale.
Incide
sulla politica sociale perché il disagio abitativo
colpisce gli anziani, le famiglie monoreddito, i singoli, i giovani e i
lavoratori che si trasferiscono per motivi di studio o di lavoro, gli immigrati
costretti a vivere in condizioni di precarietà e che pongono il problema del
ricongiungimento familiare.
Si tratta di
un’ampia platea sociale che è portatrice di un’esigenza abitativa nuova e
di una concezione della casa non come “bene di investimento, ma come “bene
d’uso”, come servizio flessibile ed adattabile ai diversi cicli della vita
familiare e personale.
Riguarda
la politica dei redditi perché la sua incidenza sui
redditi familiari ha assunto percentuali insostenibili che vanno dal 20% al 33%
fino ad arrivare al 43%, “colpendo”in modo particolare le aree sociali più
diverse, dai cosiddetti ceti bassi ai ceti medi che ormai sono una sola e
inscindibile classe sociale.
Quindi se si
parla di controllo dei prezzi e delle tariffe per contenere l’inflazione e per
salvaguardare il potere di acquisto dai salari e delle pensioni è evidente che
diventa fondamentale intervenire anche su
questi aspetti.
Interviene
sulla politica di mercato perché bisogna equilibrare
il rapporto tra domanda ed offerta, di questo bene, se si vuole evitare una
continua rincorsa dei prezzi e lo svilupparsi di interventi di speculazione
finanziaria.
Si
inserisce sulla politica di investimenti socialmente sostenibili
per avere una gestione urbanistica delle città e del territorio coerente con
gli obiettivi di sviluppo sostenibile, di inclusione sociale, di recupero delle
periferie urbane e dei centri storici degradati.
Incide
sulla riforma istituzionale perché si assiste al
decentramento di competenze senza che questo sia accompagnato da trasferimento
di risorse o da forme di federalismo fiscale.
Gli aspetti
citati dimostrano che il problema, non è riducibile al fondamentale e
prioritario diritto alla casa, ma esso si estende più propriamente al diritto
all’abitare, al dovere dell’integrazione sociale, alla fruibilità dei
servizi, all’ambiente.
In questo
senso il processo delle dismissioni degli enti pubblici ha ulteriormente
aggravato il fenomeno di riuscire anche parzialmente a far fronte agli sfratti e
comunque un effetto di calmiere sul mercato dell’affitto, e in netta
contrapposizione al mercato parallelo relativo agli affitti ‘’in nero’’.
Per
comprendere pienamente, nelle sue molteplici implicazioni il fenomeno delle
dismissioni immobiliari, ovvero la “cartolarizzazione”,
fenomeno di questi ultimi anni, che
consistono nella svendita in blocco di tutto il patrimonio immobiliare pubblico di questo Paese ad un consorzio di
banche internazionali, che poi le rivenderà soprattutto ai grossi speculatori, occorre
evidenziare il profondo intreccio fra interessi bancari e immobiliari,
con il beneplacito governativo, per rendersi conto davvero che siamo di fronte
allo sfratto in massa di un popolo di pensionati, dipendenti pubblici, precari e
casalinghe, difficilmente paragonabile ad altri del passato, è opportuno
partire da lontano. Occorre in altre parole considerare le trasformazioni che si
sono prodotte in questi ultimi vent’anni affinché sia chiara a tutti non
soltanto la condizione sociale di molti di questi inquilini, ma anche la
minaccia concreta che operazioni di questo tipo possano essere una strada
percorribile con naturalezza dai governi d’altri Stati ed in particolare
dell’Ue, che già con la riforma delle pensioni ci ha dato un saggio di ciò
che essa purtroppo intende per politica sociale: un netto regresso.
La
cartolarizzazione
Con questo
termine s’intende quel procedimento, chiamato all’estero
“securisation”, con cui il Capitale finanziario recupera i crediti
che danno poco reddito in crediti maggiormente redditizi, per questo più sicuri
(da cui il nome “securisation”), mettendoli sul mercato, in altre parole
vendendoli.
Questo sistema
era stato già sperimentato in Europa dal Governo D’Alema per recuperare
crediti poco redditizi, ma solo con l’attuale Governo Berlusconi è stato
applicato, per la prima volta in assoluto, per sanare i debiti del patrimonio
immobiliare degli Enti Previdenziali, che in realtà sono molto maggiori
annualmente di quanto si possa guadagnare con la vendita dl patrimonio
complessivo dell’INPDAP (l’ente con il maggior numero di case).
E’
nell’Autunno del 2001, con
il decreto legge Tremonti (DL 351/01), poi convertito in legge (L.
401/01), che questo procedimento diventa operativo.
Va specificato
che la volontà di dismettere, il patrimonio immobiliare degli Enti
Previdenziali è stata già manifestata dal governo italiano una decina d’anni
prima con il Governo Amato che aveva creato l’Immobiliare Italia. Questa era
una società veicolo formata da banche e grossi gruppi economici
finanziari, incaricata di acquistare gli immobili per poi rivenderli e
ricavarne un utile: ma il meccanismo ancora non era perfezionato e
l’operazione fallì.
Ci riprovò il
Governo D’Alema, con la Circolare Salvi del 1999, che incominciò a mettere in
vendita il 25 % di questo patrimonio immobiliare, stabilendo i modi
d’acquisto, in cooperativa, e decidendo i primi prezzi. Sarà la successiva
Finanziaria D’Alema ad incominciare a dividere i palazzi in “di pregio” e
non e privando i primi dello sconto del 30 %, normalmente dovuto a tutti gli
immobili occupati, in altre parole con gli inquilini dentro.
Ritornando al
problema attuale postoci dalla 410/01
e cioè la cartolarizzazione, sarà
bene entrare nello specifico.
Questa prevede
la vendita ad ondate successive di tutto il patrimonio immobiliare alla S.C.I.P.
(Società Cartolarizzazione Immobili Previdenziali), un consorzio di banche
internazionali fra cui figura Amro, Merryl Lync, Deutsche Bank e Mediobanca.
Queste acquistano mediante le grosse immobiliari (Edil Nord, Caltagirone, Romeo
gestioni) che si occupano di costringere gli inquilini ad acquistare o ad
andarsene, per poi rivendere agli
speculatori e/o alle grosse
finanziarie internazionali (come la Carlyle group di George Bush senior che sta
acquistando nel centro di Roma).
Sia ben
chiaro, gli appartamenti sono prima offerti all’inquilino, ma non è così per
il commerciale (ovvero per le
attività commerciali in affitto in questi palazzi) che è messo all’asta
senza avvertire l’inquilino commerciante (in altre parole senza riconoscergli
il “diritto di prelazione”).
L’offerta
c’è ma questa è solo formale e non tiene per niente conto del reddito
dell’inquilino, né della sua età, né della sua famiglia, spesso composta di
precari. Gli è offerto di acquistare il suo appartamento a prezzi impossibili
da sostenere (a Roma le periferie viaggiano sui 2000 euro e le zone centrali
raggiungono anche i 5000), per ottenere in tempi brevi la possibilità di
vendere in blocco i palazzi e per
ottenere un prezzo maggiore,
e quindi un vero proprio esproprio privatistico nei confronti della povera
gente.
La
cartolarizzazione è perfettamente concordante con la politica antisociale di
questo governo, lo dimostrano le recenti affermazioni di Tremonti in materia di
pensioni: togliere le case ai cittadini o tagliare le pensioni non fa differenza purché sì “faccia
cassa”, in altre parole si tamponi il
famoso “buco” che, peraltro non ha nulla di misterioso o
d’esoterico essendo dovuto all’eliminazione delle entrate fisse che davano
fastidio agli “amici” (riduzione aliquote irpef per redditi alti, riduzione
per le tasse grandi imprese, eliminazione tassa di successione e di donazione,
ecc.), per sostituirle con quelle aleatorie
inerenti al ciclo economico e
dettate dagli slogan elettorali.
La
trasformazione del mercato del lavoro
In questi
ultimi anni l’attacco alle condizioni di vita dei lavoratori di questo Paese
ha raggiunto un’asprezza senza pari producendo una crescente precarizzazione
diffusa e la graduale perdita dei diritti acquisiti. Si pensi al fatto che dopo
la riforma Dini, oggi si vuole assestare un nuovo colpo al sistema
previdenziale, magari in conformità ad un accordo bipartisan tutt’altro che
impossibile, dato che è proprio l’imprenditore più vicino all’Ulivo -
Carlo De Benedetti – a sostenere con maggior vigore l’innalzamento dell’età
pensionabile. Si pensi alla recente vicenda dell’articolo 18, vale a dire la
principale garanzia dei lavoratori, ma non per tutti dato che le
nuove forme contrattuali “atipiche” ne restano in ogni caso fuori;
ebbene, non ci dimentichiamo che prima della delusione referendaria i padroni
ebbero l’arroganza di chiederne l’abolizione diretta! A questo si aggiunga
la delicata questione dell’immigrazione, che già da anni vede nei nuovi
soggetti provenienti dai Paesi al di fuori dell’Europa o recentemente annessi,
una risorsa stabile e senza diritti, maggiormente sfruttabile dei lavoratori
nazionali
Ma la
questione è complessa (o globale) e riguarda la trasformazione del mercato del
lavoro su scala mondiale. Il passaggio al postfordismo non è stato indolore
perché ha necessariamente comportato l’inasprimento dello sfruttamento
dell’uomo sull’uomo al fine di produrre per il Capitale il massimo del
profitto al minimo del rischio. Ed un grosso rischio è
la possibilità che il lavoratore si organizzi ed ostacoli la produzione.
Per questo oggi la produzione è diventata diffusa e la fabbrica, simbolo
insieme della catena di montaggio fordista
come delle grandi lotte sindacali, si è trasformata, diventando quasi
invisibile. In altre parole si è suddivisa in stabilimenti più piccoli ma
coordinati da uno centrale ed ha creato la produzione continua, ininterrotta. E
alla modificazione della fabbrica, trasformatasi in fabbrica diffusa, si sono
affiancati nuovi luoghi di lavoro pronti, per struttura, ad essere adeguati ad
un ciclo di produzione continua e ad una maggiore precarizzazione del lavoro al
loro interno. Pensiamo ad esempio alla situazione dei call center, chiaramente
in crescita in una società che si sta sempre “terziarizzando” e quindi
informatizzandosi, in cui il lavoro è organizzato per settori
isolati e coordinati da una direzione centrale, dove gli operatori non
sono che tasselli, parti di una catena meccanica, in più soggetti
all’incertezza della precarietà.
Questo per
affermare che i processi di precarizzazione del lavoro e della vita sono la
realtà con la quale dobbiamo fare i conti sapendo che ciò che ieri era il
minimo garantito oggi è il traguardo irraggiungibile e che la precarietà
d’oggi sarà un miraggio per i giovani e meno giovani di domani, perché la
perdita di diritti è il terreno su cui si muove da sempre questo sistema di
produzione.
La
specificità italiana.
In questo
quadro oggettivo, già di per sé preoccupante, s’ inserisce il “caso
Italia”, cioè un Paese che sconta ancor oggi il ritardo storico con cui ha
affrontato il passaggio dall’economia rurale a quell’industriale –
consumatosi definitivamente al principio degli anni ’50 del secolo scorso - e
la politica fallimentare governativa di un cinquantennio che ha programmato
l’industrializzazione del mezzogiorno tenendo conto dei soli interessi –
spesso intesi in senso immediato - degli industriali del nord, non
preoccupandosi delle richieste delle comunità locali. In questo quadro di
totale asservimento della politica industriale agli interessi ed agli appetiti
padronali, hanno trovato il loro sfondo ideale incredibili tragedie legate
all’inquinamento. Ancor’ oggi ci troviamo a dover fare i conti con delle
mostruosità come Porto Marghera od il Petrolchimico di Gela.
Italia è
anche “il caso Fiat”, tanto particolare da essere stato definito uno
“Stato nello Stato”, raramente al passo con le grandi case automobilistiche
europee ma sempre legato a filo doppio al sostegno economico e politico
governativo ed in preda ad una crisi che si vuol far pagare per intero ai
lavoratori, mediante la cassintegrazione, la chiusura temporanea (?) d’alcuni
stabilimenti in Italia e definitiva di altri al di fuori dei confini nazionali,
sempre essendo però supportata dal contributo statale.
In questa
situazione anche l’amministrazione della cosa pubblica ha subito e subisce
tuttora le arretratezze e le disfunzioni dovute ad una gestione delle entrate
fiscali non sistematica e
programmata su lunghi periodi. Una gestione perciò deficitaria intimamente
connessa ad una mancanza di riforme strutturali che avrebbero dovuto creare le
infrastrutture necessarie e la concreta attuazione dei piani occupazionali in
grado di frenare la disoccupazione crescente. In una parola, in questo Paese è
mancata una coerente politica a
sostegno dello Stato sociale, anche a causa del persistere dei mali endemici
della nostra penisola che porta i nomi di clientelismo, corruzione e “cosa
nostra”.
Ma lo Stato
sociale è anche assistenza previdenziale, sanitaria e delle pensioni ai
lavoratori ed ai cittadini tutti. Ed è qui che s’inserisce la prima parte del
nostro discorso, in altre parole la questione degli Enti Previdenziali, il loro
acquisto di beni immobili, la gestione di tale patrimonio e la loro recente
privatizzazione.
Il
patrimonio immobiliare degli ex Enti Previdenziali.
Nati con il
compito di decentrare ed amministrare la previdenza e l’assistenza
infortunistica, sanitaria e delle pensioni ai lavoratori del pubblico impiego, questi Enti (INPS, INPDAI,
INPDAP, INAIL…) costituivano una parte del Parastato ed erano regolati il più
delle volte da statuti e regolamenti propri, essendo numerosi e con funzioni
diverse.
Alimentati con
i soldi dei contribuenti secondo il sistema detto “a ripartizione” (in
vigore fino al ’95), incameravano i contributi versati dai lavoratori pubblici
per poi investirli e ricavarne un utile, molto spesso acquistando Titoli di
Stato. In questo modo il capitale di questi Enti si accrebbe al punto da
richiedere la creazione di una legge apposita che li obbligasse ad investire
ogni anno il 20 % del loro attivo nell’acquisto d’immobili o di caserme.
E’ stato così
che negli anni ’70 all’Edilnord (al Nord), a Caltagirone (al centro) ed al
cav. Costanzo (al Sud), è stato possibile vendere loro a prezzi esorbitanti
palazzi costati niente e frutto di speculazioni selvagge. Che poi sono gli
stessi gruppi di speculatori che oggi gestiscono la supervendita di questo
patrimonio immobiliare per conto di grossi gruppi finanziari
bancari. Grave errore sarebbe, d’altronde, voler rimuovere il ricordo
di come questi Enti si fecero promotori della speculazione edilizia,
rendendosene anzi protagonisti, oltreché veicolo passivo in mano ad interessi
terzi: acquistando il suolo pubblico a prezzi agevolati e costruendo edifici di
pubblica utilità in zone al di fuori del tessuto urbano periferico.
Ad
ogni modo, il patrimonio immobiliare nazionale degli Enti, solo calcolando
INPDAP, INPS, INAIL che sono quelli con il maggior numero di stabili ad uso
residenziale, è stimato intorno ai 90'000 appartamenti, di cui la parte
maggiore (50'000) a Roma, seguita ad una certa distanza da Milano e da altre
città (Napoli, Bologna, Firenze…). Dunque, ipotizzando un nucleo familiare
minimo composto di due persone, parliamo di circa 200'000 inquilini. Ma se è
vero che la concentrazione maggiore la troviamo nelle città, è anche vero che
ne troviamo sparsi po’ lungo tutta la Penisola, dal Nord al Sud, dalle altre
città ai piccoli centri. Molto importante è in ogni caso sapere che questi
palazzi sono localizzati in
periferia come nel centro e che in entrambe i casi in loro abita un popolo
d’inquilini che non potrebbe permettersi di vivere altrove.
Ma
questo patrimonio immobiliare, creato con i soldi dei contribuenti e abitato
inizialmente in gran parte da loro stessi, dai lavoratori del pubblico
impiego e dalle loro famiglie, dovrebbe
avere finalità previdenziali e d’assistenza,
in altre parole un canone sociale
adeguato al reddito di chi ci
abita. Infatti tale patrimonio finanziato dalle paghe dei singoli lavoratori e
destinato a tutta la collettività, è pubblico e deve restare pubblico per
essere destinato a quelle fasce più deboli che non possono essere spazzate via
dall’esigenza di maggiori utili o profitti
e messe da parte quando non più utili
perché non attive e ridotte a
spremitura di limone. Si parla di persone, di cittadini, di lavoratori con la
propria dignità e i loro sacrosanti diritti.
E invece non è così:
questi palazzi non sono mai stati considerati parte del patrimonio
immobiliare pubblico, in pratica quello collegato all’esigenza di tutelare i
bisogni d’alcune fasce sociali più deboli. Sono stati, al contrario,
considerati privati e quindi soggetti a tutto un altro tipo di trattamento e gli
inquilini a ben altre tipologie d’affitto. Proprietà privata degli Enti
Previdenziali insomma e questo spiega anche come sia stata possibile la
situazione attuale.
La
situazione complessiva dell’edilizia sociale in Italia è, a dir poco,
deludente. Da una recente stima, risulta che in Italia esistono, ancora oggi,
ben 2'300'000 famiglie sotto la soglia di povertà di fronte ad un
patrimonio nazionale di soli
900'000 alloggi a canone
sociale. Specificando che a rappresentare l’edilizia sociale, tolta evidentemente
quella concernente gli Enti Previdenziali, è
soltanto quella costituita dalle case del Comune e da quelle dello
IACP, in altre parole circa il 5 % rispetto al 30 % di Francia, Germania
e Gran Bretagna ed al 12 % della Spagna.
Dunque, di
fronte ad una politica di Governo che ha sempre limitato il numero degli alloggi
a canone sociale e ad una situazione che ci configura come il “fanalino di
coda” dell’Europa ed in netta controtendenza rispetto alla posizione
francese, tedesca ed inglese, che è di mantenimento dell’esistente, e
di fronte anche alla posizione
degli Stati membri giovani, come la Grecia .
L’Italia
s’impone ancora una volta per la sua arretratezza nelle politiche sociali, con
la volontà di eliminare il già esiguo esistente, svendendolo ai privati.
Questa disparità di condizione, tra l’Italia e l’Europa, non deve però
farci sperare dalla politica sociale dell’Ue in un livellamento a
nostro vantaggio, in altre parole in
un innalzamento del tetto dell’edilizia pubblica alla soglia del 30 % di
Francia, Germania e Gran Bretagna. E’ molto probabile, invece, che avvenga il
contrario.
Privatizzazione
dell’ edilizia sociale
La grottesca
arretratezza della politica sulla casa di questo Paese diventa addirittura
insopportabile quando si guarda più da vicino.
Alla metà
degli anni novanta si chiudeva definitivamente il capitolo GESCAL, in altre
parole quei fondi statali costruiti
con i contributi dei lavoratori, pensati e serviti per la costruzione delle case
dello IACP. Con la riforma delle pensioni del Governo Dini una gran parte di
questi contributi era fatto confluire nelle casse degli Enti Previdenziali (ma
soprattutto dell’INPS) e gestititi dalle regioni. Era l’atto di morte di una
politica sociale già da qualche tempo in crisi. Una crisi fatta di un
menefreghismo antico per il degrado in cui sono lasciate le case popolari
costruite, della mancanza di un piano organico di
recupero e dell’esaurimento dei piani decennali d’edilizia
residenziale pubblica. Condizioni igieniche scadenti, strutture pericolanti,
mancanza d’impianto di riscaldamento contraddistinguono ormai la gran parte
del malconcio e, ormai, inadeguato
patrimonio abitativo dello IACP. Come se non bastasse, le case popolari sono state prese di mira dalle
giunte regionali che hanno pensato bene di fare cassa con la loro
privatizzazione e dismissione. In Toscana la privatizzazione dei servizi
essenziali come acqua, metano, rifiuti ha portato a trasformare queste case in
Società per azioni, con evidenti ripercussioni sugli affitti e sulle vendite:
è il caso dell’ATER (le Aziende Regionali Edilizia Residenziale avevano
ereditato il patrimonio abitativo dello IACP),
che in quella regione conta 48 mila alloggi, e
dei 20 mila del Comune.
Molto grave anche perché la
contribuzione che finanziava i fondi della GESCAL (Gestione Case Lavoratori) è
sempre stata automaticamente prelevata dallo Stato direttamente dalla busta paga
di lavoratori dipendenti, dunque lo Stato avrebbe dovuto usarla per la
costruzione delle case popolari, d’altre case popolari e non per facilitare le
speculazioni dei privati! Sì perché la forma S.p.A. prevede, dopo
alcuni anni, l’obbligo dell’ apertura ai privati e certo non consente di
chiudere un bilancio in pareggio. Per questo
se molto drammatico è il futuro di quest’edilizia in Toscana (e
particolarmente a Firenze) è anche vero che nel
resto della Penisola non sorgono nuove case popolari, anche se
l’emergenza casa non si è mai fermata, anzi.
Insomma case
degli Enti vendute alle banche internazionali, case popolari privatizzate e
nessun finanziamento per l’edilizia sociale (nella finanziaria 2002 non sono
previsti fondi a riguardo).
La questione
della perdita dei diritti fondamentali di casa, lavoro, sanità e previdenza si abbatte, come si è detto, su questi inquilini inizialmente
impiegati in gran parte nella Pubblica Amministrazione o in ogni modo con un
salario fisso (requisito necessario richiesto dagli Enti a garanzia del
pagamento dl canone).
Ben prima
della diminuzione del salario, dovuta all’età pensionabile, ormai raggiunta
dalla gran parte di questi inquilini, la difficoltà di fronteggiare mensilmente
il pagamento dell’affitto, si aggrava alla metà degli anni ’80 con il taglio dei punti della Scala Mobile e si finisce nel
1993 con la sua definitiva abolizione. E mentre i salari perdevano potere
d’acquisto il costo del denaro, aumentava e con lui il costo della vita in
genere.
In tutto
questo la questione dell’affitto, aveva imboccato una drammatica svolta con
l’impennata con la promulgazione nel 1992 dei
“Patti in deroga” con i quali si chiude l’epoca dell’“Equo
Canone”, che dal 1978 aveva livellato gli affitti su costi sostenibili da
questo tipo d’inquilini, per aprire quella della contrattazione non
sostanziale (bastava che i Sindacati fossero fisicamente presenti al tavolo
delle trattative) e dell’adeguamento progressivo del canone al prezzo di
mercato. Nel corso di dieci anni questo si è ovunque impennato a livelli
preoccupanti e, nelle zone centrali, raggiungesse il picco dell’aumento del
100 %: altro che canone sociale! Altro che V.I.P.! Si, perché in questi ultimi
anni il giornale “Libero” si è inventato che questi palazzi fossero
popolati da V.I.P. e soltanto da loro, montando delle campagne diffamatorie che
hanno condizionato, di fatto, l’opinione pubblica e diviso il fronte degli
inquilini sono state condotte solo
per giustificare lo sporco lavoro del Governo Berlusconi.
In particolare il dito di Feltri si è puntato contro gli inquilini dei
Centri Storici e soprattutto del Centro Storico di Roma, sostenendo che in
quelle zone i palazzi degli Enti erano popolati soltanto da super manager e grossi imprenditori. La
verità è un’altra: i palazzi dei Centri Storici sono i più ambiti da un
mercato immobiliare senza scrupoli che vuole vendere senza troppe formalità
alle banche, alle finanziarie internazionali, ai grossi manager ed agli
imprenditori di successo palazzi costruiti o acquistati dagli Enti Previdenziali
per essere abitati da lavoratori dalle entrate modeste e che già faticano molto
a sopravvivere al “caro vita” ed al “caro
affitti”.
L’
emergenza casa
Dunque
la crescita verticale degli affitti e la mancanza di una politica sociale della
casa ci fa avere il quadro complessivo di quest’emergenza.
Di
fronte all’emergenza abitativa, l’esigenza prioritaria è quella di
aumentare la dotazione del Fondo sociale per l’affitto (previsto dall’art.
11 della 431/98) destinato al sostegno economico delle famiglie che si trovano a
dover corrispondere canoni di locazione eccessivamente onerosi rispetto al
reddito annuo percepito. Lo stanziamento attuale previsto in Finanziaria pari a
246,010 milioni di euro annui è nettamente insufficiente rispetto all’andamento della domanda che di contro è in
notevole fisiologico aumento in tutte le Regioni:
Il
drastico taglio del Fondo ha creato un vuoto di risorse finanziarie per le casse
dei Comuni erogatori dei contributi. Tale fondo è infatti passato dai 309
milioni di euro del 99 agli attuali 246 milioni.
Occorre
poi rilanciare l’Edilizia Residenziale Pubblica, essendo questa una condizione
imprescindibile per l’intero sistema abitativo italiano, attraverso il
consolidamento e l’allargamento del patrimonio, attuando processi di riforma e
riqualificazione in verità già avviati in alcune Regioni, che, a loro
volta, insieme ai Comuni metropolitani, dovranno assicurare certezze alla
programmazione della politica abitativa, attraverso l’attivazione di
Osservatori permanenti sulla condizione abitativa.
Obiettivi prioritari
completare
la riforma che regola l’intervento pubblico in materia di politiche sociali
della casa, con forte rilancio dell’intervento pubblico medesimo.
Aumentare
la dotazione del Fondo per l’affitto.
Prevedere
la stipula di contratti di locazione concordati con agevolazioni fiscali sia per
i locatori che per i conduttori.
Mettere
a punto un piano mirato a far emergere il mercato nero immobiliare.
Riqualificare
e recuperare il patrimonio edilizio esistente.
DATI Firenze
Anno
2003, totale sfratti 569 di cui 235 per morosità
Anno
2004 (Gennaio /Aprile) totale sfratti 168 di cui 69 per morosità.